venerdì 17 luglio 2020
Ecco la verità su Autostrade. I Benetton stavano fallendo, poi PD e 5 Stelle li hanno salvati dal crac
Di Franco Bechis – La famiglia Benetton con la società Autostrade ha trovato per lustri una gallina dalle uova d’oro. Ma la società che oggi grazie alla decisione del governo di Giuseppe Conte diventerà pubblica con l’intervento di Cassa depositi e prestiti non lo è più, anzi. Il bilancio consolidato 2019 ha chiuso infatti con una perdita di 291, 3 milioni di euro, che si è mangiata un terzo degli utili accantonati negli anni precedenti a riserva. Ne restano ancora 566 milioni, ma non basteranno a coprire la perdita immaginata per il 2020, che potrebbe essere superiore al miliardo di euro.
Se come vuole il governo entro la fine dell’anno Cassa depositi e prestiti avrà la maggioranza di Autostrade per l’Italia (Aspi), toccherà allo Stato coprire quel buco. E visto che il trend è negativo e il governo vuole ridurre il margine operativo della società e abbassare le tariffe, lo Stato si troverà davanti una falla nei conti pubblici di una certa importanza, e non quell’affare della vita immaginato un po’ ingenuamente dai vari Danilo Toninelli e grillini festanti. Perché anche in seguito al braccio di ferro che c’è stato con questo esecutivo la situazione finanziaria del gruppo oggi ancora in mano ai Benetton attraverso Atlantia è tutt’altro che rosea.
La botta decisiva è giunta nel gennaio scorso dal contemporaneo downgrade del rating creditizio di Autostrade da parte delle tre principali agenzie: Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s, provocato dall’articolo 35. Tanto che gli amministratori hanno dovuto scrivere nella nota integrativa del bilancio che «il declassamento sotto il livello investment grade potrebbe esporre al rischio che Banca Europea per gli investimenti e, per quota parte del suo credito, Cassa depositi e prestiti, possano chiedere protezioni aggiuntive, e ove tali protezioni non fossero giudicate ragionevolmente soddisfacenti, ritengano di potere chiedere il rimborso anticipato del debito in essere (pari al 31 dicembre 2019, a circa euro 2,1 miliardi di euro).
L’eventuale inottemperanza a una richiesta di rimborso anticipato che fosse formulata da Bei e Cdp, sempreché legittima, potrebbe comportare analoghe richieste di rimborso da parte degli altri creditori della società, ivi inclusi gli obbligazionisti». Detta in soldoni, gli amministratori di Aspi dicevano agli azionisti: guardate che con quel che ci hanno fatto con il decreto milleproroghe e il downgrade delle agenzie di rating potremmo essere a un passo dal fallimento…
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